La svalutazione del denaro carolingio


La riforma monetaria dei re carolingi pose le basi della storia monetaria europea. Ma decennio dopo decennio l'inflazione scardinò l'equazione e la Lira iniziò a valere sempre meno argento. Inoltre l'aspetto estetico delle monete divenne scialbo e conciso.



Non siamo però più in presenza di un sistema monetario evoluto come quello Romano, ma di uno rozzo e primitivo basato sull'argento. Carlo Magno difatti, una volta sconfitti i Longobardi, proseguì le riforme iniziate dal padre nel tentativo di restaurare l'antico Impero romano in Occidente (800) e cercò di dare ai territori assoggettati un sistema monetario unico.
Inoltre che differenza con il sistema romano, lì monete d'oro, d'argento e di bronzo, qui una sola moneta sottile d'argento dal peso di circa 1,7 g con un titolo di circa 950 millesimi, rozzamente disegnata e dal nome riecheggiante i fasti di Roma: "Denaro". *


Quindi l'Europa Carolingia disponeva di una sola propria moneta d'argento, il denaro, del diametro di circa 20 mm, pesante all'inizio 1,7 grammi ed equivalente a 1/240 di una libbra (o lira) da 408 grammi.***

Per molti secoli la libbra ed il sol furono esclusivamente unità di conto, mentre solo il denier fu moneta reale, quindi coniata. "Per oltre 100 anni dalla nascita del denaro carolingio, non vi furono innovazioni di rilievo; esso mantenne inalterati il suo peso e la sua lega, e la Lira continuò a significare 240 denari." **

 

Non vi è dubbio che le monete antiche avessere raggiunto presto un altro grado di perfezione, paragonabile alle opere d'arte, e sempre più ne fu arricchito e migliorato l'aspetto esteriore, raffigurativo e il reparto iconografico e allegorico. Le arti maggiori presero spiunto a volte da questi capolavori classici, mentre non fu così per la moneta del Medioevo: in confronto alle greco-romane appariva scialba, piatta, monotona con tutte quelle croci e monogrammi... in pratica l'evoluzione artistica e stilistica "si interruppe per secoli, per riniziare secoli dopo un itinerario diverso e quasi cancellando dalla sua memoria quei precedenti illustri".***

Le regole e i limiti imposti dalla storia e dall'economia dell'Occidente post-classico, sono nel caso della moneta, talmente specifici da rendere arduo e talvolta tenue il suo rapporto anche con le tipologie artistiche alle quali è affine sotto molti aspetti: dai sigilli, le medaglie, la glittica, l'oreficeria, l'intaglio sino alla miniatura e all'incisione.***

La stessa tecnica di coniazione che aveva raggiunto nell'antichità un così rilevante magistero da permettere sino a oggi la conservazione e la leggibilità di uno straordinario patrimonio numismatico, sembra essersi persa in buona parte nella tecnica della monetazione medioevale e sarà ritrovata solo nel Rinascimento. Nelle altre arti uno stacco così netto non si vide e fu comunque recuperato molto prima.

Vi fu quindi una significativa rivoluzione nell'iconografia, si persero le rappresentazioni di ritratti e figure, al centro del tondello vi era invece un monogramma, simbolo dell'autorità imperiale, in quale diverrà l'astratta sostituzione del ritratto del sovrano. Le scritte saranno da allora per lungo tempo, la parte dominante della moneta per per questo scopo la lavorazione del conio si basò completamente sull'uso di punzoni; inoltre solo da questa epoca si sostituisce il bronzo col ferro per la creazione dei conii; lo provano le stesse monete.

D'altro canto hanno il vantaggio di mostrare un periodo quasi sconosciuto  della storia economica, oltre a rappresentare un vero simbolo dell'economia. I denari erano  coniati per essere spesi, circolavano realmente e molto e non erano usati per tesaurizzazione, propaganda oppure per ostentazione ma simboleggiavano il vero fine della moneta:  l'acquisto dei beni di prima necessità!

La differenza quantitativa tra i tesoretti romani e quelli franchi permette di capire quanto poco valore avessero i denier successivi ai carolingi, queti ultimi servivano per cibo e oggetti essenziali, oltre alla probabile rifusione di numerosi esemplari, come capitò alle monete merovinge.

La maggior parte di queste osservazioni ovviamente non valgono per le monete d'oro coniate dalla metà del XIII secolo in mezza Europa, salvo la costante e monotematica iconografia, comune anche ai solidi bizantini.

A parte la libertà di innovazione iconografica, negata alla moneta per ragioni facilmente intuibili, e al di là della analogia tecnica di esecuzione coi sigilli, essa assume anche formalmente caratteri diversi dal sigillo; il rilievo minore costringe a sinteticità e concisione, alla rinuncia di elementi decorativi e ornamenti, i quali si perderebbero presto a causa dell'usura dovuta alla circolazione.

La moneta doveva corrispondere innanzitutto alla sua specifica destinazione, essere concepita e realizzata in vista della sua funzionalità, doveva o "poteva" essere anche bella purchè il suo aspetto formale non pregiudicasse in alcun modo l'uso a cui era destinata.***

 

Questo denaro si era nei secoli continuamente deteriorato, perdendo in peso e in intrinseco argenteo: mentre un denaro carolingio consentiva di fare acquisti per un certo valore, i denari circolanti nel XII secolo, aventi una percentuale di argento minore (meno di un grammo e in seguito meno di mezzo grammo) erano diventati una moneta troppo debole. Ricordiamo che la Lira continuò sempre a valere 20 soldi e quindi 240 denari, ma si scollegò quindi dal suo significato di libbra e quindi di unità di peso, e divenne soltanto un modo per contare i denari ovvero diventò una valuta di conto! Mentre inizialmente 1 lira era uguale a 1,7 grammi per ciascuno dei 240 denari, cioè a 408 grammi d'argento, essa si ridusse col tempo a un valore inferiore ai 100 grammi di argento.

A Venezia, verso il 1250, la lira-argento valeva solo 20 grammi. I denari di Pisa e Lucca, zecche imperiali, erano tra i migliori in Italia ma contenevano comunque solo 0,6 grammi di argento, ossia poco più di un terzo del denaro carolingio.

In altre parole la libbra restò un peso da 408 grammi ma non era più il piede monetario dato che non corrispondeva più ad un numero fisso di denari: dagli originali 240 si poteva passare a 400 e via via sino a quasi mille, a discrezione dell'officina monetaria dove erano prodotti.

Le ragioni del fenomeno sono facilmente intuibili: i detentori del potere di battere moneta (imperatori, re, conti, signori feudali e da ultimo le città) avevano fatto fronte alle loro spese coniando denari più leggeri; la moneta serve a contare i valori e un debito di 100 denari resta uguale a sè stesso anche se il denaro diminuisce di peso argenteo.

Da questo punto di vista si può parlare semplicemente di truffa, ma vi è anche un secondo aspetto: il denaro non serve solo a contare ma anche come mezzo di scambio; un economia, la quale vede aumentare gli scambi e il ruolo del mercato, ha bisogno di una quantità crescente di moneta, altrimenti il flusso degli scambi dovrà rallentare. Poichè la moneta medievale era d'argento, la vita degli scambi dipendeva dalla quantità di argento destinato a produrre il circolante.***

 

Le prime svalutazioni iniziarono nel X secolo e il denaro perse valore. I primi Ottoni (961-973 e 973-983) misero ordine nel sistema consacrando lo slittamento del denaro in termini di peso e di fino: una "lira" (ossia 240 denari) passò da g 410 a g 330 di una lega argentea peggiore (da g 390 di argento fino a g 275). Dal secolo X con diminuzioni del peso o peggioramento della lega, quando non accaddero tutte e due le cose contemporaneamente.

Verso il 1150 la situazione appariva in tutta la sua gravità: i denari erano ridotti ad una monetina talmente sottile, il fino ridotto a meno di un terzo e facile a piegarsi tenendola tra le dita.**

I denari di Pisa e Lucca, zecche imperiali, erano tra i migliori in Italia ma contenevano comunque solo 0,6 grammi di argento, ossia poco più di un terzo del denaro carolingio.

 


L'Inghilterra invece rimase fedele per secoli all'equivalenza inziale tra libbra e Lira.

Nei decenni successi la situazione continuò a peggiorare ed oramai rappresentava un freno al rinascere degli scambi e dei traffici commerciali. Saranno alcune città italiane e le Repubbliche Marinare a modificare lo scenario con la creazione di nuove monete di valore più alto e di stabilità decisamente superiore, atte a farle accettare su mercati internazionali sempre più ampi.

I primi sintomi di cambiamento risalgono probabilmente all'ultimo periodo longobardo (secolo VIII) in Italia e in momenti di poco successivi nelle altre parti dell'impero carolingio, ma la versa svolta si verifica nel secolo X e XI. Mentre i pagamenti in natura diventano più rari la massa monetaria cresce a un ritmo più rapido e cambia altresì di natura. Oltre al termine della coniazione di oro, da un pezzo l'altissimo valore del metallo limitava la sua utilità al tesoreggiamento e ai più grossi pagamenti, e le monete come i lingotti si accettavano a peso piuttosto che a numero. L'argento, utile per le transazioni ordinarie e se abbondantemente mescolato col rame anche per i piccoli pagamenti, non solo riappare là dove era stata abbandonata come moneta metallica ma diventa dapperutto l'unico metallo prezioso usato per la coniatura.
L'argento puro tuttavia non dura a lungo, le monete sono sempre più svilite con l'aggiunta di una quantità sempre maggiore di rame e anche il loro peso diminuisce. Alla fine del secolo XII i denari che escono dalle zecche dei Comuni italiani sono di brutto aspetto, scuri, composti di un sottile strato di metallo e con una percentuale di argento pari soltanto ad una piccola frazione di quella contenuta nei denari di argento di Carlo Magno. Quando i mercanti italiani volevano pagare grosse somme in contanti senza portarsi dietro mucchi di monete scadenti, dovevano servirsi di monete d'argento di vario genere dal penny di argento inglese, al bizante, alle monete d'oro musulmane; oppure dovevano usare lingotti di oro o argento o spezie non deperibili o altre merci di valore pari ai metalli preziosi.
Quale significato avevano questi fenomeni dal punto di visto dello sviluppo economico?
Il pubblico incolpa dell'inflazione soprattutto il governo il quale per coprire spese eccessive impone sempre lo stesso valore nominale a monete contenenti una percentuale sempre più bassa di metallo pregiato (o in tempi moderni a pezzi di carta, la moneta segno). Ma la gente prima o poi si rende conto che la moneta non è più quella di prima e reagisce allo svilimento aumentando i prezzi. Soprattutto quando i pezzi sono di metallo pesante e possono essere pesati, saggiati e riconosciuti in base al colore. L'aumento dei prezzi costringe il governo a battere una più grande quantità di monete, a meno che le autorità non vogliano tentare misure calmieri, quasi mai funzionanti se non per brevi periodi.****

L'inflazione però non dipende solo dall'avidità del governo. Dalla fine del secolo X in poi, l'aumento della popolazione e l'aumento simulataneo di beni e servizi acquistabili provocarono una accellerata domanda di moneta. Per rispondere ad essa, il metallo prezioso era ottenuto in parte dalla fusione di oggetti d'argento ed in parte dall'estrazione delle miniere. Una quantità non calcolabile (ma certo non grande) proveniva anche dal mondo arabo e bizantino attraverso le guerre o grazie ad una bilancia commerciale leggermente favorevole. Ma quando non c'era abbastanza argento a portata di mano, il meotdo più sbrigativo sembrava quello di produrre dalla stessa quantità d'argento un numero più elevato di monete del medesimo valore nominale, col risultato di aumentare i prezzi.

Lo svilimento della moneta però tendeva a gonfiare i prezzi nominali, non quelli reali, ovvero non influiva sul potere di acquisto del metallo prezioso effettivamente contenuto in ciascun denaro. Se l'argento fosse stato cronicamente scarso, il suo potere di acquisto avrebbe dovuto risalire, riducendo così la differenza tra il valore nominale delle monete e il valore reale del metallo in esse contenuto. Sappiamo invece che anche in termini di metallo i prezzi continuarono a salire: in Inghilterra il costo della vita quadruplicò tra il 1150 e il 1325. E poichè l'aumento della produzione delle miniere argentifere non fu tale da bilanciare la domanda di monete causata dal continuo aumentare della popolazione, dei prodotti e dei servizi, l'aumento dei prezzi reali va attribuito soprattutto all'accresciuta velocità della circolazione. Passando più rapidamente di mano in mano, la medesima quantità di moneta servì a un numero maggiore di transazioni. La "buona" moneta di un tempo aveva ristagnato quando i ricchi provvedevano ai loro bisogni col lavoro e i tributi in natura dei loro dipendenti mentre i poveri non avevano modo di procurarsi quello che non producevano da sè. La "cattiva" moneta della rivoluzione commerciale era a portata di tutte le borse e permise al fornaio di vendere il pane al minuto, al muratore di farsi pagare il lavoro a giornata. Così l'inflazione, conseguenza dello sviluppo economico diventò a sua volta una causa di sviluppo.

Il grande sviluppo economico del XIII secolo fece nascere una nuova funzione economica specializzata, la banca: conviene soffermarsi su questo problema inquadrandolo su quello più generale della moneta.***

La Lira: "Un fantasma col piede d'argento" come la definì Carlo M. Cipolla.

 

* Fulvio Mastrangelo - "Tentativi di unione monetaria".

** Carlo M. Cipolla - " Le avventure della Lira".

*** Beatrice Paolozzi Strozzi

**** R.S. Lopez - La rivoluzione commerciale nel medioevo

Vedi anche Scipione Guarracino - Storia dell'Età Medievale